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Kosovo - luglio 2006
Nel centro di Decane, citta' a maggioranza albanese.
Il monumento ai caduti dell' Uck .

Kosovo - luglio 2006
Belo Polje, enclave serba nei pressi di Pec/Peja.
Un militare italiano osserva i danni causati da un incendio doloso
appiccato nella chiesa ortodossa della piccola comunita'.
Nell'edificio esisteva una rara collezione di
icone antiche, di libri e oggetti liturgici.

Kosovo - luglio 2006
Aeroporto militare di Giacova/Dacovitza
La piccola M., bimba albanese, viene trasferita
ad Agrigento per una operazione agli occhi
che le salvera' la vista.

Kosovo - luglio 2006
Aeroporto militare di Giacova/Dacovitza

Kosovo - luglio 2006
Una pattuglia italiana impegnata in una azione di "finding" alla ricerca di armi
illegalmente detenute e non dichiarate in un villaggio albanese nei pressi
di Klina.

Kosovo - luglio 2006
Nel centro di Pec/Peja
citta' a maggioranza albanese.

Kosovo - luglio 2006
K-FOR Compound.

Kosovo - luglio 2006
Sul C130.

Kosovo - luglio 2006
Pristina.
Volti di centinaia di uomini e donne
scomparsi nel nulla durante il periodo della guerra
sono affissi lungo tutto il perimetro del Palazzo del Governo.

Kosovo - luglio 2006
Bavglane, villaggio serbo.
Una abitazione

Kosovo - luglio 2006
Nell'eterogenea composizione demografica del Kosovo
non trascurabile e' la presenza di isolate ma numerose
famiglie Gipsy e Rom.

Kosovo - luglio 2006
Distribuzione di aiuti umanitari
presso il villaggio serbo di Bavlgane (Pec/Peja).

Kosovo - luglio 2006
Distribuzione di aiuti umanitari
presso il villaggio serbo di Bavlgane (Pec/Peja).
La cassa.

Kosovo - luglio 2006
Distribuzione di aiuti umanitari
presso il villaggio serbo di Bavlgane (Pec/Peja).

Kosovo - luglio 2006
Aeroporto militare di Giacova/Dacovitza.

Kosovo - luglio 2006
Aeroporto militare di Giacova/Dacovitza.
Gli uomini della Task Force "ERCOLE".
Elicotteristi dell'Esercito, durante il riacquirsi degli scontri
interetnici del 2003 si sono levati in volo per evacuare e portare in salvo
nuclei familiari appartenenti all'etnia minoritaria.
Abitualmente svolgono operazioni di elisoccorso
per la popolazione civile.

Kosovo - luglio 2006
Enclave serba di Goradzevac.
Un uomo anziano rimasto solo consuma un bicchiere
di grappa di prugne nel soggiorno di casa sua.
Affissa al muro assieme ad immagini sacre
l'effige di Caradzic, leader dei serbi di Bosnia.

Kosovo - luglio 2006
Belo Polje, nei pressi Pec/Peja.
Il villaggio era abitato in precedenza da circa un migliaio
di serbi. Ora quasi totalmente disabitato e distrutto.
Tombe profanate dagli estremisti
nel piccolo cimitero della comunita'.

Kosovo - luglio 2006
Pristina, due studentesse lungo il viale dell'Universita'.
Sullo sfondo la Facolta' di Scienze sociali.

Kosovo - luglio 2006
Belo Polje, enclave serba presso Pec/Peja.
Nelle vicinanze della chiesa bruciata si tiene
la periodica riunione fra le famiglie rimaste
nella comunita', il capo-villaggio e i rappresentanti
amministrativi delle Nazioni Unite.

Kosovo - luglio 2006
Distribuzione di aiuti umanitari
presso il villaggio serbo di Bavlgane (Pec/Peja).
Il cortile.

Kosovo - luglio 2006
Le pesanti sanzioni hanno fatto riprecipitare la Serbia
ad un'economia essenzialmente rurale.
Sulla strada da Giacova a Pec/Peja.

Kosovo - luglio 2006
Villaggio albanese di Graboc.
Una casa.

Kosovo - luglio 2006
Pec/Peja
La piazza del mercato albanese.

Kosovo - luglio 2006
Enclave serba di Goradzevac.
In primo piano K. albanese, verduraio ambulante
viene tutti i giorni al villaggio a portare le sue primizie.
Al centro S., montenegrino, e da ultimo
G. , serbo, abitante del villaggio.
Chiaccherano fra di loro senza alcun pregiudizio.
Nonostante questi rari segnali di distensione, i serbi
di Goradzevac sono di fatto isolati.

Kosovo - luglio 2006
Enclave serba di Goradzevac.
Ragazzi giocano a calcio nel campetto del piccolo abitato.
Sullo sfondo le tracce del conflitto.

Kosovo - luglio 2006
Pristina, Biblioteca Nazionale.

Kosovo - luglio 2006
Pristina, Biblioteca Nazionale.

Kosovo - luglio 2006
Pristina, una panoramica del piazzale dell'Universita'
dalla Biblioteca Nazionale.

Kosovo - luglio 2006
Pristina, alcuni ragazzi giocano a basket.
Sullo sfondo, un murales inneggiante
alla pace fra i popoli.

Kosovo - luglio 2006
Klina, la messa.

Kosovo - luglio 2006
La casa di accoglienza delle suore di Madre Teresa di Calcutta.
Il conflitto -generando molti orfani- ha acquito le problematiche
legate all'infanzia abbandonata e in generale
alle persone non autosufficienti.
Una giovane bisognosa di cure, ospite del centro.

Kosovo - luglio 2006
Jurgevic, nei pressi di Istok. Alcuni uomini ripristinano
l'uso di una strada
di campagna.

Kosovo - luglio 2006
Klina, una donna riceve la comunione
durante la messa.
Gli albanesi cattolici sono molto devoti.

Kosovo - luglio 2006
Enclave serba di Goradzevac.
Un anziano contadino accudisce il suo bestiame.
I serbi di Goradzevac sono isolati.
K-for assicura corridoi di protezione per Belgrado.

Kosovo - luglio 2006
Villaggio albanese di Graboc
Un militare italiano distribuisce merendine
ai bambini del piccolo abitato.

Kosovo - luglio 2006
Belo Polje, enclave serba.
All'interno della chiesa bruciata, una icona antica
ritraente la Vergine, rimasta indenne.

Kosovo - luglio 2006, Klina.
La comunita' albanese ha patito nel periodo della guerra civile
durissime azioni di pulizia etnica da parte delle milizie paramilitari serbe.
Si commemora durante una messa l'anniversario di uno strerminio.

Kosovo - luglio 2006
Klina, l'uscita della messa.

Kosovo - luglio 2006
Sulla strada da Istok a Klina.

Kosovo - luglio 2006
Un uomo viene ascoltato nelle sue funzioni
di rappresentante e capovillaggio
dalle forze di polizia militare
presso il villaggio albanese di Graboc.

Kosovo - luglio 2006
Monastero serbo ortodosso di Decane.
Collocato in una zona a maggioranza albanese, e' costantemente
sorvegliato dalle truppe Kfor.
L'unico contatto fra i monaci e la popolazione
locale ha luogo quando i primi a turno scendono alla fonte
per approvvigionarsi di acqua,
sempre e comunque scortati.

Kosovo - luglio 2006
Monastero ortodosso di Decane.
Un medico militare presta la sua assistenza a un religioso
che e' stato colto da un attacco d'asma.
I monaci vivono totalmente isolati.
Non possono fare riferimento alle strutture sanitarie albanesi.

Kosovo - luglio 2006
All'interno del monumentale monastero
ortodosso di Decane si trovano affreschi che riproducono
la storia del popolo serbo.
Collocato in una zona a maggioranza albanese, il tempio e' costantemente
sorvegliato dalle truppe Kfor. Durante il conflitto del '99 gli stessi monaci
si sono difesi dagli attacchi delle milizie dell' UCK.
Ore 18, il monaco preposto annuncia l'ora dei Vespri.

Kosovo - luglio 2006
Villaggio Italia, la finale dei Mondiali.
Il fischio finale.
L'Italia e' campione del Mondo.

Kosovo - luglio 2006
Villaggio Italia.

Kosovo - luglio 2006
Villaggio Italia.
Il rientro alla base.

Kosovo - luglio 2006
A bordo del C130.
Per informazioni: g.conte@puntidivista.com
LINK:
http://www.filippocaroti.com |
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KOSOVO - Kfor Italia
Luglio 2006
Testo a cura di Filippo M. Caroti
Qui in Kosovo a non molti chilometri
dalle coste italiane persino sognare
che il proprio Paese abbia un futuro
è tuttora una chimera.
Da sempre terra di confine fra
Serbia ed Albania, durante
gli anni della dittatura
che seguirono al secondo conflitto
mondiale anche il Kosovo subì
la politica di rimescolamento
etnico che nel grande sogno
del Maresciallo Tito avrebbe dovuto
rendere coesa la variegata
federazione socialista jugoslava.
Serbi e albanesi del Kosovo
si trovarono così insieme
finemente, chirurgicamente
polverizzati e mescolati, a
condividere un fazzoletto di
terra grande quanto lAbruzzo
la cui identità era andata perduta
nelle carte della geopolitica, ma
non nella memoria delle persone.
Nonostante lautonomia della
provincia, la pacifica e forzosa
convivenza multi-etnica in nome
di un benessere comune che era
parte integrante dellutopia
jugoslava si rivelò
ben presto qui come nelle altre
repubbliche della federazione
un effimero castello di carte
tenuto in piedi solo grazie a quel
collante che era la mano
autoritaria di Belgrado.
Quando nel 1989 luomo nuovo
della Serbia, Slobodan Milosevic,
fra i primi atti ufficiali della sua
presidenza fece votare
l'annullamento delle
autonomie a suo tempo concesse
da Tito al Kosovo e alla Vojvodina,
sulla base di argomentazioni
prodotte e fornite dalla
"Accademia serba delle Scienze",
la stabilità nella regione fatalmente
si incrino' e non resse a lungo
alla deflagrazione.
La caduta del Muro di Berlino,
sotto le cui macerie rimasero
inappellabilmente sepolte
le certezze ideologiche di vedere
nel socialismo reale un modello
di economia e societa' effettivamente
sostenibili e, di lì a poco , il collasso
dell'Unione Sovietica che fece
venir meno importanti riferimenti,
appoggi e controllo per i governi
degli ex Stati-satellite contro
le istanze di cambiamento
democratico che numerose
e inarrestabili premevano
dall'interno, resero finalmente
libero Milosevic dai vincoli d'azione
che fino a quel momento
ne avevano, almeno
formalmente, contenuto
l'ambizione nazionalistica ed
espansionistica e lo indussero,
sfruttando il pretesto delle
dichiarazioni di indipendenza
da Belgrado delle altre repubbliche
della federazione yugoslava,
a muovere loro guerra con
l'obiettivo di riaffermare il ruolo
egemone della Grande Nazione
Serba.
La ferita balcanica venne così
alla luce con tutte le sue tremende
piaghe di morte e devastazione,
davanti agli occhi indifferenti
del mondo occidentale
che in un primo momento non capì,
o non volle capire , rimanendo
inizialmente inerte a guardare
il reciproco sterminio.
Poco tempo dopo la fine delle
ostilità in Bosnia, nella piccola
polveriera kosovara si trovarono
a fronteggiarsi militarmente
la larga maggioranza albanese,
animata dallidea di rendersi
indipendente, vessata
com'era dalla politica nazionalista
serba nellarea, o comunque
e in ultima analisi di dare vita ad
una Grande Albania col governo
di Tirana, e la minoranza
serba, che a sua volta era stanca
di vivere in una costante
e angosciosa condizione di pericolo
e di subire le ritorsioni albanesi.
Proprio questa minoranza, sentendosi
isolata e minacciata, chiese aiuto
militare al governo centrale di Belgrado
che non tardo' ad arrivare.
A Belgrado sedeva ancora Milosevic,
il quale, sebbene uscito assai
ridimensionato dal conflitto contro le
truppe NATO che nel frattempo erano
intervenute al fine di far cessare
il conflitto in Bosnia, covava ancora
sogni di grandeur.
Il leader serbo riarmo' e riorganizzo'
le sue truppe, nonostante le pesanti
sanzioni inflitte (sanzioni che
in alcuni casi riusci' astutamente
ad aggirare)
e le invio' in Kosovo,
dopo aver opposto
un netto rifiuto a qualsiasi istanza
indipendentista della maggioranza
albanese, e -anzi- si spinse a
pianificare una nuova operazione
di pulizia etnica al fine di ristabilire
l'ordine e la sovranita' nella regione.
Con questo nuovo intervento militare,
confidando di convincere la comunita'
internazionale che le operazioni nella
regione erano state intraprese per
impedire la secessione di una provincia,
egli pensava di recuperare in patria
quella credibilita' politica e quei
consensi che erano andati via via
scemando a seguito del ritiro dalla
Bosnia, e di riproporsi cosi' al suo
popolo come figura carismatica,
facendo nuovamente leva sul
mai sopito nazionalismo serbo.
Il bollettino di guerra contò 20.000
kosovari albanesi trucidati dalle
truppe serbe e un milione di profughi
dovette abbandonare case ed ogni
avere per rifugiarsi in Albania.
Fortunatamente il mondo occidentale
sulla spinta di unopinione pubblica
che non avrebbe piu' accettato in seno
allEuropa nuovi orrori come quelli
bosniaci, questa volta non rimase
troppo tempo a guardare. A seguito
dell'ennesima strage di civili in Kosovo
e del mancato scioglimento del nodo
dell'indipendenza piuttosto che
di una qualche forma di autonomia
al tavolo della conferenza di pace
di Rambouillet si dispose prontamente
per lintervento militare della NATO
ad opposizione delle truppe serbe
che furono respinte dal territorio
kosovaro.
Nel 1999 le Nazioni Unite stilarono
una risoluzione, la 1244, con la quale
si dava al Kosovo -formalmente ancora
parte della Serbia- una sostanziale
autonomia, con un Parlamento ed un
Governo regionali democraticamente
eletti, amministrativamente
indipendenti da Belgrado, sotto
protettorato ONU.
Oggi le Nazioni Unite sono ancora
in Kosovo, in attesa che maturino
le condizioni per una definitiva
autodeterminazione dello status
dell'area, la situazione pertanto
rimane assai delicata.
Non è più il tempo dei proclami, dei
discorsi e delle risoluzioni: le Nazioni
Unite in Kosovo non sono unentità
astratta, non hanno il volto burocratico
ed imperscrutabile del Palazzo di Vetro,
ma mani tese, ad offrire
una speranza di pace, ed il sorriso
aperto di chi vuole ascoltare
per capire. Sono gli uomini e le donne
della KFOR: militari, insegnanti, medici,
infermieri, che quotidianamente lavorano
fuori da riflettori e dai microfoni
per disarmare le milizie, per portare
aiuti, per salvaguardare il patrimonio,
per dare istruzione, per offrire una
speranza alla pace, per ricostruire
ciò che è stato distrutto dalla guerra,
in primo luogo il dialogo, e per ridare
al Kosovo il sogno di avere un futuro,
un futuro non troppo lontano in cui
tutte le adolescenti
possano un giorno vestirsi di rosa
e lasciar sfilare con decisione
alle loro spalle un passato
di odio e vendetta, pensando solo
al domani, al domani che appartiene
a loro solamente, qualsiasi sia
la loro etnia, la loro religione, la loro
storia.
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K-FOR sta per Kosovo Force
La KFOR ( Kosovo Force appunto )
e una forza internazionale sotto
comando NATO, con il compito di
stabilire e mantenere condizioni
di sicurezza in Kosovo.
Formalmente fa il suo ingresso
sul territorio cosovaro il 12 giugno
del 1999, su mandato delle Nazioni
Unite, esattamente due giorni dopo
l'adozione da parte del Consglio
di Sicurezza della risoluzione 1244.
Si prendeva atto dell'accettazione
da parte dell'allora Repubblica
Federale Yugoslava del principio
in base al quale la crisi nella regione
serba a maggioranza albanese del
Kosovo andasse risolta
esclusivamente
su un piano politico, accettazione
alla quale doveva seguire una
immediata e verificabile
cessazione di ogni forma di azione
militare da parte delle truppe di
Milosevich ed il contestuale ritiro
delle stesse.
Veniva inoltre disposta una forma
di amministrazione internazionale
temporanea, con gli obiettivi primarii
di predisporre le condizioni per un
sicuro rimpatrio dei profughi,
la demilitarizzazione dell'UCK
e l'avviamento di un nuovo processo
di autodeterminazione politica
della regione.
Questa risoluzione, adottata
dal Consiglio di Sicurezza con la sola
astensione della Cina, disponeva
come elemento funzionale a tali
obiettivi generali l'impiego sul campo
di risorse civili e militari internazionali
sul territorio. Di qui la K-For.
Dunque, in accordo con la
risoluzione 1244, gli obiettivi
di K-For sono stabilire e mantenere
condizioni di sicurezza in Kosovo,
monitorare verificare e dove necessario
imporre le condizioni di disarmo dell'Uck,
fornire tutto il supporto e l'assistenza
necessarie alle missioni civili ONU.
Il tutto nello sforzo internazionale
di trasformare il Kosovo in una societa'
libera, autodeterminata
e democraticamente aperta a tutti.
Il Quartier Generale di K-For e' a Pristina
a coordinare una missione a comando
NATO di 4 forze multinazionali:
la Multinational Task Force
West , cui prende parte l'Italia,
la MTF East, la MTF South e North,
dipendendo queste denominazioni
dalla dislocazione/giurisdizione
territoriale.
A K-For prendono parte 36 Nazioni
e complessivamente piu' di 16,000
uomini, peacekeepers
con l'incarico di fornire condizioni
di sicurezza per tutti i cittadini
abitanti del Kosovo, a prescindere
dalla loro etnia e appartenenza
religiosa.
Dal primo settembre 2005 al primo
settembre 2006 il comandante
in carica e' stato il Generale italiano
Giuseppe Valotto.
Dal 1 settembre 2006
e' subentrato il Generale
tedesco Roland Kather.
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